Testo: Elia Zupelli
Illustrazione: Davide Boselli
Impaginazione: Juan Merla
Con un’aria da provincia colta e operosa, che però d’estate sogna d’essere improvvisamente Saint-Tropez (o almeno Desenzano), salvo poi risvegliarsi sotto i portici di via X Giornate. Le sere lunghe hanno smesso di promettere rivoluzioni: rimangono i bicchieri sbeccati con due cubetti di ghiaccio superstiti, i motorini rombanti che fingono d’essere café racer parigini, i ragazzi che si baciano davanti alle serrande abbassate come se fossero sulle Ramblas. Rimane, soprattutto, quel languore padano che è insieme nebbia, afa e nostalgia, e che trasforma anche una banale granita al limone in un piccolo rito di passaggio. E poi si parte.
Perché a Brescia, da sempre, si parte: per le fabbriche, per la Mille Miglia, per l’infinito. C’è sempre un motore che ronza, una strada che chiama, un’idea di America che s’infila tra i tornanti della Maddalena. E si parte con quell’aria di chi lascia tutto senza mai davvero lasciarlo, portandosi dietro i ricordi come souvenir involontari: un tramonto sul Castello, una notte in piazza Loggia, un bacio rubato in contrada del Carmine, tra Mascetti e schiamazzi. Quello che rimane, alla fine, è il senso dell’attesa. Del “dopo”. Del “dove andremo ora”.
Un capitale simbolico di desideri e nostalgie che brucia in fretta, come benzina buona. Perché, a ben vedere, l’estate in città è una questione di partenze: e Brescia, che di motori e fughe se ne intende, sa che ciò che rimane non è mai soltanto passato, ma carburante per l’altrove.
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