Penelope alla corte del Re

testo: Marco Senaldi

Fotografia: Giulia Martinelli

 

Penelope, l’eterna trama della moda tra passato e futuro

Che Penelope sia una che sceglie le vie difficili, non c’è dubbio. La strada più facile sarebbe stata quella di aprire un bel negozio di moda in centro, di coccolarsi una clientela facoltosa e vendere sempre tutto. Ma Penelope (alias Roberta Valentini – se pure questo è il suo vero nome, e pare lecito qualche dubbio) è una ricercatrice, una cacciatrice, una che non si accontenta e che si innamora di chi  – come lei – preferisce l’inusitato al tradizionale, lo spericolato al tranquillo, il difficile, ma appagante, al facile, ma noioso.

Con oltre quarant’anni di attività alle spalle, sette negozi in città tra cui uno, straordinario, dedicato all’abito da sposa, Penelope è da sempre alla ricerca delle nuove tendenze in fatto di abbigliamento. È grazie a lei se alcuni dei più famosi stilisti internazionali sono stati scoperti dai buyer italiani, perché se lei individua un talento, una tendenza, un dettaglio, si può star sicuri che quella tendenza diventerà moda, quel talento farà scuola, e quel dettaglio finirà per conquistare tutti. Per questo l’appellativo di “fashion authority” usato dalla stampa straniera nel suo caso pare perfetto: e a dimostrarlo sono i tantissimi capi che negli anni ha raccolto in quello che ad occhi inesperti potrebbe sembrare un magazzino, ed è invece una galleria delle meraviglie. Capi vintage, pezzi unici, abiti ormai divenuti di culto o veri e propri capolavori da museo, stanno tutti raccolti in rack che testimoniano il gusto e il fiuto di Roberta, ma anche la sua propensione collezionistica, il suo autentico amore per il fashion.

Ed è proprio in questa Wunderkammer di abiti, gonne, giubbini, scarpe, accessori – disegnati spesso da stilisti che sono divenuti famosi o famosissimi solo molti anni dopo, che Roberta ci accoglie per parlare del suo lavoro e della sua “via”. 

È vero che hai incontrato il Principe Carlo, l’attuale re?

Sì, credo fosse il 1989, non so come ero entrata nella Royal Mail, la lista degli invitati agli eventi dei Reali di Gran Bretagna. Io, l’unica italiana, che non mi cambiavo nemmeno per andare a prendere il taxi! E da allora ogni anno sono andata a Corte, a Buckingham Palace a Londra. Era lì che ho incontrato Lady Diana e anche il Principe Carlo – l’attuale re Carlo III: gli ho battuto la mano sulla spalla, del resto sembrava un po’ un contadino!

Ma è vero che ti prendevano per straniera?

È vero! Sai chi mi ha dato dell’irlandese? L’allora “vero re” d’Inghilterra, la Primo Ministro Margaret Thatcher. Deve aver pensato che fossi irlandese, un po’ perché avevo una giacca nera e il colletto di cotone traforato ecrù, e poi per il colore dei miei capelli.

 

Ma tu chi ti senti di essere?

Io sono me stessa senz’altro all’ennesima potenza. Ho un nome falso, e me lo sono dato io. Ho scelto di chiamarmi Penelope, perché lo trovo proprio mio. L’ho scelto per la storia dell’Odissea, dove Penelope disfa di notte quel che tesse di giorno. Anche a me piace cucire e disfare un’idea. Fare disfare temporeggiare. Non mi piace cucire nel vero senso del termine, però metto spilli dappertutto. Spille spillette spilline per stringere un collo dietro davanti dappertutto….

 

Ci hai invitato a parlare di te nel tuo magazzino – dove hai raccolto centinaia di capi in quarant’anni di storia…

Eh sì… qui c’è tutto il nostro archivio fin dove è arrivato oggi. Fermiamoci qui, per favore… perché in realtà sono di più di quarant’anni e… se ci penso mi gira la testa! Non so: forse è arrivata l’ora di far uscire questo archivio da questo magazzino.

 

Certo che è un po’ come visitare una mostra – ogni capo ha un significato davvero iconico…

Nella parte qui in alto c’è tutta la mia Vivienne Westwood. Mentre nella parte là in fondo c’è uno stand e c’è la Vivienne che prima di firmarsi Vivienne si chiamava World’s End. La Fine del Mondo: Perché lei aveva questo negozio a King’s Road insieme a suo marito Malcolm McLaren, il produttore dei Sex Pistols. Lei e lui li ho conosciuti a quell’epoca. Prima che lei facesse la sua collezione, lei vendeva  World’s End e io ce l’ho, perché un giorno gliel’ho comprata tutta! 

Guarda, qui c’è il primo Moschino…

Ah, questo è un primo Moschino? Ma come hai fatto ad averlo? Straordinario, è incredibile questo pezzo – è un giubbino di pelle, tutto traforato da borchie…senti come pesa!

Sì, diciamo che è il suo primo chiodo. Il primissimo capo che ha fatto, è degli anni ’90.

 

Mi vien voglia di chiederti che cosa significa per te un abito? Una ricerca, un’opera d’arte, un’intuizione?…

…tutto questo che dici. Ed è un lavoro, anche. Un lavoro senz’altro, perché la mia professione è nata dalla passione ma anche dal senso del lavoro. Sono stata in una famiglia che vendeva scarpe sia ingrosso che al dettaglio. Per cui il senso lavoro è sempre rientrato nella mia mentalità. Senso del lavoro abbinato alla ricerca. Perché già venivo da una famiglia che vendeva capi d’abbigliamento e sono sempre stata portatissima a cercare quello che c’era di nuovo e futuro. Non sono mai tornata indietro.

 

Allora sbaglia chi dice che la moda è come una ruota, che va avanti per tornare al punto di partenza?

No, ma se tornasse indietro mi auguro torni indietro portando novità. Cioè, con un senso del nuovo e non proprio uguale uguale…

 

Ma da dove ti nasce questa tua voglia di trovare sempre qualcosa di nuovo?

La voglia di trovare ha a che fare anche col sociale, con i costumi, con la gente. Significa che hai a che fare con le tendenze della società, con le persone: non è solo una ricerca fine a se stessa, ma riflette su tutto quello che pensavi prima. 

 

Alla fine quindi un abito rispecchia un po’ il mondo in cui viviamo.

Sì assolutamente – e ancora di più se dura nel tempo, cioè dura qualche anno, allora questa formazione di tendenza diventa poi fashion e moda, costume o modo di vestirsi. In questo modo si forma la tendenza che riflette il tempo.

Però bisogna sempre essere dentro al proprio tempo. Come ti trovi tu in questo nostro tempo?

Io sono nel mio tempo, ma sono portata ad essere sempre più avanti. Devo dire che sono anche legata a quello che trovo, se è un elemento molto importante che ha determinato un cambiamento forte in un certo periodo, Per le linee per le forme. Per tutto quello che ne è nato. Sono anche una che ama lo stile, E lo stile è fatto anche di ciò che dura, non è effimero. È una situazione di cammino, di cammino coerente, con personalità coerente che mette insieme quello che ha trovato non con presunzione.

Alla fine trovi una conduzione coerente. Ecco perché non butto via niente di quello che cerco e trovo. È tutto un proseguire, è un cammino di coerenza. Nel tempo che è passato se tu lo vai a leggere c’è una coesione che torna.

 

La moda è quindi una forma di cultura. È tattile e tridimensionale, è scultorea e pittorica

… segna il tempo, e lo scrive. 

 

Dovresti fare del tuo archivio un’operazione museale.

Devo decidermi a trovare un luogo dove esporre tutti questi capi, per tramandare la storia del costume

 

Ma tu Roberta sei una giramondo! come fai a scoprire tutte queste cose che non troviamo da nessuna parte?

Torniamo ancora all’Odissea. Il viaggio: io ho viaggiato parecchio. Guarda questi capi militari. Sono di  Michele Pesetti. È una storia tragica questa sì. Questi sono gilet dove sono applicati questi vestiti e scarpine. Qua c’è un significato perché l’abito si riferiva alla guerra nel Golfo. Lui è stato ispirato dalla guerra, e nella guerra perdi tutto ma quello che perdi lo porti comunque con te. È la metafora della perdita. Ma lui era dannatissimo, è morto bruciato in Liguria. Veniva in negozio da noi e indossava la gonna di tulle. 

 

Dopo tanti viaggi, di Brescia cosa mi dici?

Io potrei essere ovunque anche se mi sento caduta qui. Io sono di Brescia, sono nata a Brescia. Ho avuto passioni americane da ragazza… New York mi era piaciuta da pazzi. Mi colpiva il fatto che lì era tutto possibile. Soprattutto l’America mi interessava dal punto di vista comportamentale, nel senso che nella mia ricerca è importantissimo conoscere i comportamenti sociali. Per dirti, ti racconto la storia del piumino: io in America vedevo che in metropolitana tutti avevano il piumino. Alla fine l’ho comprato, e l’ho portato a casa. Volevo vendere i piumini da Penelope. Guarda caso sono andata ad una fiera a Parigi, Sport d’Hiver, e, senza sapere chi era, ho preso un Moncler! Sono stata la sua prima cliente.

 

Quindi potremmo chiudere parlando della vera tendenza di oggi?…

Oggi è cambiato tutto, siamo in un mondo davvero trasversale… La vera tendenza oggi… è la guerra! 

 

Già: e si torna ancora all’Odissea.