Bagolino:
una condizione mentale, uno stato dello spirito.

Brindisi, cori, personaggi mitologici, söcher amar e Bagòss a gogo: una domenica di ordinario folklore nel cuore della Valsabbia

testo: ELIA ZUPELLI

fotografie: GIULIA MARTINELLI, CAMILLA COMINCIOLI,
CARMEN VEGA, SARA LESKIBAR

Bagolino è una condizione mentale. Uno stato dello spirito. Molto più di un ridente borgo di circa quattromila anime arroccato tra i monti della Valle Sabbia, dall’intatto aspetto medievale, con case addossate e strade tortuose, portici, piazze, fontane, palazzi antichi e le strette scalinate che salgono alla chiesa di San Giorgio. Molto più del pur del celebre carnevale “bagosso” che lo caratterizza ben oltre i confini locali, tramandando una ritualità folkloristica che risale almeno al XVI secolo, come documentato da scritti conservati nell’archivio comunale (una delibera del 1518 disponeva di ricompensare con una forma di formaggio la Compagnia di Laveno che era intervenuta a rallegrare la festa di carnevale): tra musiche e danze, tra le eleganti figure dei Bälärì (ballerini e suonatori) e le grottesche Màscär (maschere), “un fenomeno unico in Italia e con pochi equivalenti in tutta Europa che fornisce un esempio impressionante del livello di complessità cui può giungere una civiltà musicale popolare” (Italo Sordi, da “Brescia e il suo territorio, il mondo popolare in Lombardia”). E ancora, molto di più del pur clamoroso Bagòss, formaggio semigrasso a latte crudo (di vacca bruno-alpina) a pasta extra dura, cotta e con l’aggiunta di zafferano, antico retaggio risalente a quando Bagolino era sotto il dominio della Serenissima e gastronomica testimonianza dei rapporti commerciali di Venezia con l’Oriente: un prodotto color dell’oro, che è espressione non solo del territorio ma anche della specifica tipologia produttiva. Ebbene, non poteva essere altrimenti, il nostro domenical peregrinaggio è partito, di buon mattino, proprio da lì: da una scaglia di formaggio appena fatto ovviamente accompagnato da due fette di salame e un bicchiere di vino rosso, colazione del campione gentilmente offerta dall’azienda agricola Pellizzari, un’oasi di pace e natura in località Destrone, che tra distese di verde e animali in libero razzolamento racconta una storia umana di straordinaria vitalità. Quella di una famiglia – Sandro, la moglie Nadia e la figlia Debora, poco più che ventenne – che hanno scelto di dedicare ogni frammento delle loro energie alla loro minuscola ma preziosissima azienda, dove ogni mattina, ogni giorno dell’anno, producono Bagòss partendo da un pentolone di rame messo direttamente sul fuoco dalla stessa Nadia, che ha le braccia rosse per il troppo calore mentre spacca la cagliata ma il sorriso stampato in faccia mentre ribadisce fieramente che “nessuno lo fa più così” (per ottenere una forma da un chilo servono trecento litri di latte!). Piccole formagelle e burro nostrano completano la quotidiana opera d’arte: incontrarli da vicino è un’esperienza che spinge a fare pace con la vita e appaga tutti i sensi.

Così, leggermente appesantititi, la strada è grazie a dio in discesa verso la vicina azienda agricola “Salvadori Amerigo”, stando al fiuto dei ben informati, un altro “santuario” imperdibile per i devoti al culto pagano del Bagòss. Qui, un presidio Slowfood ma soprattutto una storia che coinvolge generazioni, passione e tradizioni: dal nonno, ai figli, passando per la lungimiranza di nonna Pierina, “tuttofare” che ha consentito all’azienda di evolversi e stabilirsi. Oggi, Amerigo, con il prezioso aiuto della moglie Luciana e della figlia Valentina, rifornisce grandi ristoranti e il suo Bagòss è sogno: piccole occhiature, sfumature di sapore intriganti e persistenza infinita, Amerigo le sue forme le stagiona in una piccola grotta delle meraviglie, portandole fino ai dieci anni e oltre, al che la crosta esterna assume tonalità quasi minacciose tra il bruno e il cuoio. Vere e proprie sculture che una volta spaccate in due schiudono l’estasi in scaglie dure come la roccia: non a caso ogni anno, nel periodo di Natale, Amerigo & friends compiono il “rito” aprendone una per godersi il viaggio in religioso silenzio.

Come biasimarli!? Essendo fuori stagione, è comunque più che godibile il premio di consolazione per gli impavidi di #moltobene: il corroborante risotto (ovviamente) al Bagòss, con salumi misti a rinforzo, pare specialità della casa “Al Reolt”, graziosa cantina in pieno centro storico, tappa d’elezione per un rapido pranzo in vista di una ben più lunga merenda. Lì, altri incontri metafisici: cominciando da Idalgo Salvadori, “liutaio per passione”, che da tempo immemore scolpisce strumenti musicali degni di stare in un museo, dalle sagome possenti e impreziositi con mitologiche decorazioni, naturalmente intagliate a mano, che riproducono volti di animali e altre creature selvagge. Curiosa anche la fenomenologia delle “Laoréte”, donne giovani e meno giovani dedite alla produzione di tessuti su telaio, ma anche a lavori di ricamo e cucito, da cui ricavano veri e propri manufatti come tende, centrini, tovaglie, scialli, nastri decorativi e calze finemente lavorate per i ballerini del carnevale.

Non meno mitologico il coro locale, nel quale milita anche lo stesso Idalgo, assieme a un’allegra e affiatata ciurmi di marinai d’alta quota, che sfumano fino ai confini della sera suonando canzoni popolari e rime folk nella taverna del Reolt, tra brindisi infiniti e altre scaglie di formaggio. Prima dell’arrivederci e grazie, dati i suoi ancestrali poteri digestivi e medicamentosi, immancabile una zolletta di söcher amar (zucchero amaro), altra tipicità locale/artigianale a base di infiorescenze, radici, erbe montane e bacche fresche raccolte nel parco dell’Adamello, con cui si preparano anche grappe, tisane, granite e addirittura funambolici “Champagne cocktail”. Nel frangente, assunto in purezza farà il suo dovere più che egregiamente. Domani è già qui, Bagolino un ricordo bucolico e cristallino.

Una condizione mentale, appunto. Per questi e mille altri motivi dispersi chissà dove.