“Altolà frettolosi!”
Fenomenologia della Libreria Muratori di Capriolo, l’ultimo avamposto della resistenza analogica

Testo: ELIA ZUPELLI

Fotografie: GIULIA MARTINELLI – C-JAY LIAY – VITO PETRACCONE

Incontri ravvicinati del tomo-tipo con il titolare Alan Poloni in arte alcolica “Polonius”, come il digestivo letterario da lui inventato.

Insegnante redento e narratore di periferia, ladro di vite per raccontarle, si definisce fieramente “libraio di provincia”, slow ma non snob: la sua storia oggi è ambientata qui, tra un gommista, la Strada Provinciale e un malloppo di oltre quarantamila libri.

Il monito affisso alla bacheca virtuale è vagamente dantesco, picaresco quanto basta: “Altolà frettolosi. Ingresso consentito solo a chi si sente pronto a perdersi”. Giusto il tempo di immergersi per poi ritornare a galla e ritrovarsi, risalendo attraverso un onirico abisso di libri così denso e profondo che mai ci si aspetterebbe di incrociare lungo l’inespressiva provinciale che da Palazzolo conduce al lago d’Iseo, altezza Capriolo, dirimpetto a un rotondone e a fianco ad un gommista vecchia scuola. Eppure. Tutto vero. E il bello è proprio lì. Nascosto dietro l’inatteso. Basta varcare la soglia d’ingresso al civico 20 di via Bremola e inebriarsi di carta a pieni polmoni per averne coscienza in un baleno: a propiziare effetti che hanno del prodigioso, specie in questi tempi barbari e sconvenienti, è la ritualità colta, slow ma non snob, della Libreria Muratori, autentica roccaforte aperta nel lontano 1978 dallo storico proprietario Gino Muratori e da quattro annetti passata nelle laboriose mani di Alan Poloni.

“Insegnante redento e narratore di periferia ora libraio di provincia” (ipse dixit), che sull’orlo della cinquantina, previa fisiologica crisi esistenziale (un’ipotesi a onor del vero non appurata), un bel giorno del 2019 pre pandemico – un altro mondo, forse – aveva deciso non senza una buona dose di ammirevole spregiudicatezza di ritirarla per restituirle nuova linfa, nuova vita e nuovi slanci. Pur senza disonorare o peggio ancora tradirne l’essenza scolpita nel tempo e nella gloria sotterranea. Dunque oggi nelle sembianze la Libreria Muratori non si presenta troppo dissimile da allora: traboccante di volumi più o meno introvabili, edizioni curatissime così come romanzi sdruciti e diari poetici tramandati nelle tasche di vecchi jeans, tutti insieme appassionatamente disposti in meticoloso ordine geometrico e cromatico disegnano livree e arabesque postmoderni, quasi a simulare rappresentazioni da galleria d’arte contemporanea o perfezionismi da architetto in carriera (“Quarantamila in totale, cinque mesi di inventario!”)

E pure l’attitudine è rimasta immutata: fondamentalmente non è un bar, tantomeno una bettola ed evidentemente nemmeno una bocciofila. Eppure alla Libreria Muratori offrono il caffè. O un digestivo (letterario).

Alan e i suoi libri elegantemente appollaiati fino al soffitto offrono, soprattutto, un sottofondo caldo, complice e confidenziale, dove condividere e scambiarsi pensieri, racconti, storie, memorie, rime, versi, passioni e idiosincrasie, amori e disamori. “Ero un cliente, ma sono anche scrittore, curo rassegne: alla fine i libri mi hanno assorbito a 365 gradi. Col tempo però mi sono reso conto che non basta prendere un quaderno o accendere un computer per scrivere. E’ molto di più, un processo molto più complesso. Per questo uso un metodo particolare: mi piace rubare la vita agli altri e raccontarla. Con tutte le avvertenze del caso. Scrivo poesia mai frequentata: sono un ladro di vite”. 

Gli esiti al momento sono i seguenti: i romanzi “Dio se la caverà” (Neo Edizioni) e “L’uomo che rovinava i sabati” (Miraggi Edizioni); “Ominidi 2.0” e “Platone Resort”, per il teatro, messi in scena dalla Compagnia degli Spacciati di Bergamo; e ancora svariati reading in bilico tra musica, letteratura e bevande spiritose – una su tutte, il “Polonius”: provare per credere – e incontri d’autore con ospiti di un certo peso come Vanni Santoni e Daniele Mencarelli; non ultimo, il blog Cronache dalla Psicosfera, in cui confluiscono miti, tipi, archetipi e personaggi in cerca d’autore intercettati fra le pareti della libreria. Dove nuove idee e nuovi progetti, attualmente in progress, nascono e proliferano liberi e senza filtro, prendendo forma surgiva. Non a caso in orbita bancone campeggia una citazione di Giulio Einaudi, elevata a manifesto d’intenti: “Il libro – sia esso romanzo saggio o poesia – deve coinvolgere al massimo l’intelligenza e la sensibilità del lettore. Quando un libro, di poesia o di prosa, una frase, una parola, ti riporta ad altre immagini, ad altri ricordi, provocando circuiti fantastici, allora, solo allora, risplende il valore di un testo. Al pari di un quadro scultura o monumenti quel testo ti arricchisce non solo nell’immediato, ma ti muta nell’essenza”.

Ogni libro, persino il più astruso e impensabile, ha una possibilità di esser venduto: da quando sono qui sono testimone di questo miracolo

Più istinto che ragione. Sogni, fantasie, utopie: uno stile di vita vocato all’onirico. E ispirato, nel fantastico mondo di Alan, anche da altri percorsi e altre fascinazioni. Letteratura, ça va sans dire – Roberto Bolaño, Beppe Fenoglio e David Foster Wallace, tra i mitologici imprescindibili della casa -, ma anche musica (scorrono in sottofondo Verdena, Verdecane, Giuradei) e un debole di sconfinate proporzioni per il calcio sudamericano e i suoi eroi-antieroi.

Poi però i libri tocca anche venderli e Polonius ovviamente non si sottrae a una missione oggi ardua eppur non impossibile. Anzi: “Ogni libro, persino il più astruso e impensabile, ha una possibilità di esser venduto: da quando sono qui sono testimone di questo miracolo” garantisce. “Certo all’inizio non è stato facile. Ho anche dovuto confrontarmi col mito del vecchio libraio, che aveva lasciato un segno profondo sul territorio: per un anno mi sono sentito dire ‘era meglio prima’, ho rischiato un po’ il tracollo, ma ho resistito e alla fine mi sono imposto”. E infatti poco prima di richiudere la porta della Libreria Muratori, in attesa di riaprirla per nuove, incredibili avventure, capita d’incrociare un’arzilla signora sulla settantina che scartabella in zona Adelphi: per pubblica cortesia, come un buongiorno qualunque, esce un “Viene spesso qui!?”. Lei solleva la testa già immersa e prontamente risponde: “No, è la prima volta. Me l’hanno consigliata in tanti”. Impossibile non crederle.