Partire è un po' morire

Lungo l’Adda in traghetto alla ricerca della Vergine delle Rocce, tra Jules Röthlisberger e Jorrit Tornquist

testo: VALERIO BORGONUOVO     fotografie: MICHELA MARCHINA

Questa terza partenza come oramai da consuetudine di moltobene è contrassegnata da una pioggerellina umida nient’affatto fastidiosa, anzi, alla quale seguirà il sole. Siamo al confine tra Lecco e Bergamo, lungo le sponde dell’Adda, laddove un tempo il fiume costituiva un confine naturale tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano e oggi taglia in due l’Ecomuseo Adda di Leonardo. Punto di partenza di questo viaggio in direzione Brescia è forse il tratto più affascinante ed evocativo di un percorso consacrato al suo più illustre esploratore, Leonardo da Vinci per l’appunto, che qui, tra le altre cose, trovò ispirazione per la sua Vergine delle rocce. Eppure tutto qui intorno ci parla di un territorio segnato da molte opere e figure che nel tempo, e in modi diversi, hanno contribuito e tuttora contribuiscono alla singolarità di questo paesaggio e alla intrinseca relazione tra acqua e uomo che lo contraddistingue.

Partir, c’est mourir un peu… 

scriveva Edmond Haraucourt in Rondel de l’adieu. Strano destino quello del poeta francese, che pagò l’immortalità di quel verso con l’oblio di una produzione ampia e di valore, e infine del suo stesso nome. Eppure che verso Edmond!

Non posso fare a meno di pensare che la natura del viaggio che sto per intraprendere, prima tappa di un percorso per acque tra Bergamo a Brescia, renda questa partenza un pò un addio. Addio da ciò che ero per ciò che sarò, verso una rinascita per intervento di acque che in virtù di ciò qualcuno definirebbe miracolose.

Lo aveva intuito Eraclito in epoca precristiana, quando scriveva che non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, e ne sapeva qualcosa anche l’artista olandese Bas Jan Ader, che nelle acque dei canali e dei fiumi di Amsterdam sperimentò svariate forme di caduta (da un albero, in corsa dalla bicicletta, in piedi, su di un piede e così via), in cerca di quel miracolo che forse trovò solo qualche anno dopo sparendo in mare nel tentativo di raggiungere l’Irlanda dal Massachussets “sol con un legno”; una piccola imbarcazione a vela con cui si sarebbe cimentato in quell’impresa. In Search of the Miraculous, era il nome che aveva dato a quel viaggio predestinato.

Abdua e il traghetto leonardesco

Le acque da cui ha invece origine il mio di viaggio (dopo quelle materne, ça va sans dire) sono le acque più familiari del fiume Adda, dal celtico Abdua, ovvero acqua corrente, impetuosa, che ritrovo nelle rapide turbinose lungo il suo corso. Raggiungo il fiume al termine del suggestivo parco a valle del lago di Lecco, il cui percorso naturalistico e culturale, l’“Ecomuseo Adda di Leonardo” – come suggerisce il nome stesso – è consacrato a colui che è stato forse il suo più illustre esploratore, Leonardo da Vinci per l’appunto. Il maestro fiorentino ebbe difatti modo di navigare e di conoscere l’Adda, e in particolar modo questo tratto e le sue sponde, durante il lungo soggiorno a Milano tra il 1482 e il 1500 alla corte di Ludovico il Moro dal quale fu incaricato innanzitutto di risolvere i problemi di navigabilità tra Lecco e Milano.

Decido di attraversare quello che un tempo era un confine naturale tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano, e che oggi divide la sponda lecchese da quella bergamasca, salendo a bordo di un traghetto molto particolare, quello di Imbersago, in tutto e per tutto simile a “la chiatta de Canonica” disegnata da Leonardo nella vicina Vaprio. Qui, la tradizione del trasporto fluviale risale alla metà del quindicesimo secolo e dunque a prima del passaggio di Leonardo, il quale ebbe senz’altro modo di osservare le originali imbarcazioni utilizzate tra queste sponde, e di progettare – in seguito allo studio della legge della scomposizione delle forze – proprio il tipo di traghetto (anche detto “porto”) ancora oggi in uso a Imbersago.

Mi imbarco con l’auto al costo di novanta centesimi a corsa, che per inciso non dura più di cinque minuti. Non c’è alcun motore, tanto meno carburante ma un albero senza vela e un congegno a doppio rullo dentro cui scorre un grosso cavo aereo, teso tra una riva e l’altra. Per salpare basta uno “strattone” come mi mostra il traghettatore che, tirando la fune con la giusta forza e risolutezza, orienta la chiatta verso il centro del fiume dove finiamo per cadere in braccio alla spinta naturale della corrente. Durante l’attraversamento mi accorgo che l’Adda in questo tratto è un po’ il Rio delle Amazzoni, non un segno apparente di civiltà ma solo vegetazione soverchiante che si riflette nelle sue acque.

Jules Röthlisberger e il Ponte San Michele

Quando giungo sull’altra riva, mi rimetto in viaggio in direzione Paderno d’Adda, a pochi chilometri da qui, verso quello che forse è il tratto più affascinante ed evocativo di tutto il percorso. Lo raggiungo passando sull’imponente ponte di ferro di San Michele che collega Calusco d’Adda a Paderno, e che per la sua straordinarietà tecnologica mi parla di un territorio segnato da opere e da figure di ingegno che in modi diversi hanno contribuito e tuttora contribuiscono alla singolarità di questo paesaggio e alla intrinseca relazione tra acqua e uomo che lo contraddistingue.

Superato il ponte raggiungo il fiume dalla parte del canale della centrale idroelettrica Edison, dove è possibile lasciare l’auto e incamminarsi lungo il Naviglio Paderno in direzione valle, verso Forra dell’Adda, dove il corso è caratterizzato da una canyon scavato nella roccia e dalla presenza di una serie di massi erratici che prendono il nome di Tre Corni. In questo punto Leonardo ipotizzò un grande sbarramento secondo un ambizioso progetto finalizzato alla costruzione di un naviglio che però non riuscì a realizzare. L’attuale naviglio, pur scavato sul tracciato del Maestro, fu difatti inaugurato soltanto nel 1777 dall’Arciduca Ferdinando d’Asburgo, a conclusione di un progetto ideato dai Francesi tra il 1516 e il 1521, iniziato dagli Spagnoli nel 1591 e portato a termine dagli Austriaci.

In località Tre Corni, Leonardo trovò verosimilmente ispirazione anche per un’altra opera, stavolta pittorica, ovvero la Vergine delle rocce (1483-1486), commissionata al suo arrivo a Milano dalla Confraternita dell’Immacolata Concezione per un altare della Chiesa di San Francesco Grande, oggi andata distrutta.

Per raggiungerla devo però prima superare il maestoso Ponte San Michele, stavolta al di sotto dello stesso, costeggiando la gola del fiume su cui si erge. Con le sue duemilacinquecento tonnellate di ferro e centomila chiodi, questo straordinario esempio di costruzione, tra le prime cui venne applicata la teoria dell’ellisse di elasticità, è tuttora in uso per il traffico automobilistico, ferroviario e per il passaggio pedonale. Progettato tra il 1887 e il 1889 dall’ingegnere svizzero Jules Röthlisberger (1851-1911), di vent’anni più giovane del più celebre collega francese Gustav Eiffel, che per inciso quattro anni prima aveva realizzato il Viaduc de Garabit in Auvergne, fin dalla sua inaugurazione il ponte e il suo autore furono oggetto di maldicenze messe in circolo dalla concorrenza che, approfittando di un fatto realmente accaduto durante il collaudo di quel ponte, diffuse la voce del suicido di Röthlisberger, gettandosi proprio da lì. In realtà qualcuno cadde sul serio quel giorno ma non fu l’ingegnere svizzero, bensì un operaio che ne uscì fortunosamente vivo. Ciò che invece è reale, è il numero dei suicidi che ancora oggi ha luogo da questo ponte, la cui statistica lo rende tanto affascinante quanto maledetto.

La Vergine delle Rocce ai Tre Corni

Forse anche per questa ragione non smetto di fotografarlo pur se oramai distante, finalmente in prossimità dei Tre Corni, dove in un preciso punto del percorso ciclopedonale è possibile penetrare la striscia di bosco che mi separa dal corso del fiume, e raggiungere l’ambita meta da una visuale rialzata. La corrispondenza tra il paesaggio reale e quello dipinto da Leonardo con l’inedita tecnica della prospettiva aerea è sorprendente; ma con una differenza che qui ora è comparso il sole laddove tutto è avvolto da un’atmosfera “sfumata” e, in luogo della grotta con la sua Vergine, è una spiaggetta con alcune coppie di turisti discreti e silenziosi. La loro presenza rarefatta mi ricorda quella dei due ragazzi in cui si imbatte Deborah Ligorio nel lavoro video Donut to Spiral del 2004, con cui l’artista italiana documenta il suo viaggio in auto attraverso il variegato paesaggio americano in cerca del celebre intervento Spiral Getty del land artist Robert Smithson. Un viaggio nello spazio e nel tempo che termina con l’apparizione poetica ed enigmatica di una solitaria coppia di ragazzi intenti a percorrere quella spirale di pietra semicoperta dall’acqua.

Lo “sfumato” di Jorrit Tornquist

Ma quando penso che sia tutto finito, che queste suggestioni prodotte dall’inevitabile cambio di prospettiva tra me e Leonardo possano esaurirsi qui, mi rendo conto che non è così. Basta alzare lo sguardo per accorgersi che a sormontare la spiaggia è oggi un cementificio, quello di Calusco, che si staglia sul promontorio opposto al mio punto di osservazione. Oltre ai silos da lancio missilistico, non posso fare a meno di non notare l’interessante scelta cromatica adottata per la sua “pelle” esterna, che scopro essere il frutto dell’intervento di un esperto, non uno dei tanti, ma di uno sui generis, l’artista austriaco naturalizzato italiano Jorrit Tornquist (Graz, 1938).

Noto per la sua lunga ricerca sull’accordo tra i colori tramite soluzioni astratto-geometriche, Tornquist si è affermato come color designer cimentandosi nell’arduo compito di nobilitare edifici e impianti industriali integrandoli nel paesaggio circostante, innanzitutto tramite un uso evoluto dello sfumato. È il caso del termoutilizzatore ASM di Brescia, sulla cui torre il colore è applicato secondo questa tecnica al fine di ottenere l’effetto di una torsione virtuale e mimetica della stessa verso il cielo, adattandosi alle sue variazioni di luce. Così come è il caso del cementificio CTG di Calusco per l’appunto. Pur basandosi su colori e forme già definiti dall’immagine coordinata dell’azienda, Tornquist ha aggiunto qui un colore dalla tonalità grigio-blu per alleggerire visivamente alcuni elementi architettonici dell’impianto e integrarlo con maggiore equilibrio nel paesaggio.

Ciò che definisce una relazione istintivamente inconciliabile, come quella tra un impianto di cemento e un ecomuseo, mi sembra in questo caso quantomai irrilevante, forse perchè anche se qui l’acqua scorre ancora inesorabile, tutto mi riporta con la mente e con il corpo a un mondo in cui gli ingegneri sono anche artisti.

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