FRECCIA ROSSO SANGUE

Testo: Elia Zupelli
Layout e illustrazione: Mattia Gargioni e Samuel Archetti

12 maggio 1957, ore 16.04: sciagura a Guidizzolo. La Ferrari 335 S numero 531 guidata da Alfonso de Portago si schianta contro la folla. Undici morti, innumerevoli feriti: è la fine della Mille Miglia. Per non dimenticare, sulla stele commemorativa ancora oggi riecheggia lo spirito dei caduti:“Innocenti / uomini d’altri tempi / astratta potenza / fuggono la vita e la storia / lasciando dietro a sé / la strage / di uomini d’oggi / presenti e felici / della calda umida vita / innocenti eroi”.

C’È UN TRATTO DI STRADA, tra Cerlongo e Guidizzolo, che d’estate odora ancora di fieno e benzina. Un rettilineo napoleonico – ferro, sole, orizzonte basso – su cui si rincorrono fantasmi d’asfalto e leggenda. È lì che, il 12 maggio del 1957, la corsa si fermò per sempre. La Ferrari 335 S numero 531, spinta da un V12 che sputava 390 cavalli, era l’arma rossa di Alfonso de Portago, aristocratico spagnolo, playboy, pilota di Formula 1. Con lui, sul sedile basso del copilota, lo statunitense Edmund Gardner Nelson. Alle 16.04, a pochi 12 maggio 1957, ore 16.04: sciagura a Guidizzolo. La Ferrari 335 S numero 531 guidata da Alfonso de Portago si schianta contro la folla. Undici morti, innumerevoli feriti: è la fine della Mille Miglia. Per non dimenticare, sulla stele commemorativa ancora oggi riecheggia lo spirito dei caduti: “Innocenti / uomini d’altri tempi / astratta potenza / fuggono la vita e la storia / lasciando dietro a sé / la strage / di uomini d’oggi / presenti e felici / della calda umida vita / innocenti eroi”.

Chilometri dal traguardo di Brescia, l’inferno. Uno scoppio improvviso. Forse uno pneumatico, forse un pezzo di lamiera, forse quegli occhi di gatto a bordo strada e la macchina si trasforma in un proiettile impazzito. Fuori strada. In volo. Dentro la folla. I corpi, il fuoco, il silenzio che segue solo quando tutto è distrutto. Muoiono in undici: de Portago, Nelson, nove spettatori. Cinque erano bambini. L’ultimo respiro della Mille Miglia. Le ipotesi si accavallano, i giornali si riempiono, i giudici indagano. Pneumatici Michelin? Sterzo? Colpa di chi? Di cosa? Nessuno, alla fine, pagherà davvero. Il 26 luglio 1961, il giudice istruttore archivia: Enzo Ferrari non ha commesso il fatto. Ma i paesi ricordano. Il suono cupo della Ferrari che arrivava veloce come un destino infausto. Le urla. Il sangue sull’erba. Il trauma e lo strazio. In quegli anni correre significava flirtare con la morte, e chi guardava – ai margini delle curve, sulle sedie da cucina – lo sapeva. Ma nessuno poteva immaginare tanto. La Freccia Rossa non potrà più essere la stessa: la folle corsa finisce lì. Non per mancanza di motori, ma per un sovraccarico di dolore. Oggi sul web si trovano immagini sgranate, filmati in bianco e nero, articoli digitali che rivisitano la tragedia. Una pagina della storia motoristica italiana. Un oscuro frammento di fato collettivo. Un pezzo d’Italia che sognava velocità e si è svegliata con le mani nella polvere. Il monumento a Guidizzolo non ha bisogno di troppe parole. Un masso. Un nome. Una data. E sotto, invisibile, il rombo di un motore che continua a passare, ogni tanto, come un’eco distante nel silenzio della pianura padana.