Testo: Elia Zuppelli
Impaginato: Davide Boselli e Juan Merla
Tappa fugace ma intensa alla casa natale di Tazio Nuvolari, a due passi dalla piazza di Castel D’Ario. Lì, tra pareti affrescate e foto amarcord, nel brumoso novembre del 1892 nacque la leggenda del “mantovano volante”: il più grande pilota del passato, del presente e del futuro.
Dal vangelo sconsacrato secondo Enzo Ferrari: “…Non appena mi giunse notizia della sua fine partii per Mantova. Nella fretta mi persi in un dedalo di strade sconosciute della città. Scesi di macchina, chiesi a un negozio di stagnino la via per villa Nuvolari. Ne uscì un anziano operaio, che prima di rispondermi fece un giro intorno alla macchina, per leggere la targa. Capì, mi prese una mano e la strinse con calore. ‘Grazie di essere venuto’ – bisbigliò commosso – ‘Come quello là non ne nasceranno più’. Era l’11 agosto del 1953.
Tazio Nuvolari nacque insieme alla sua stessa leggenda una sessantina d’anni prima, il 16 novembre 1892, a Castel d’Ario, nel cuore della provincia mantovana, in una casa che sembra vivere in sospensione. Non tanto per le sue proporzioni da villa padronale, né per gli affreschi seicenteschi o il parco di 3.500 metri quadrati che la protegge dal rumore della Statale 10. Quanto, piuttosto, per l’aria che si respira – densa come certe nebbie invernali che si appoggiano sulle cose senza cancellarle – a raccontare che qui, tappa obbligata del nostro indomito viaggio nelle lande padane, vide la luce per la prima volta un uomo che andava più veloce degli altri.
Un fulmine sulle moto e sulle auto. Il mantovano volante che fece tremare i circuiti d’Europa. “Il più grande corridore del passato, del presente e del futuro”, com’ebbe a dire Ferdinand Porsche sintetizzando sagacemente il concetto. I cui riverberi vibrano ancora oggi nelle foto appese alle pareti o nei gloriosi ritagli di giornale custoditi con cura dalla nipote Arianna, guida moltobenista e cultrice della materia, nonché anima dalla spiccata vena artistica espressa come ballerina dal plié gaudente, ora custode naturale di un’eredità familiare che sa di motori e Lambrusco, di gioie squillanti ma anche di dolori micidiali.
La villa è un organismo antico: corpo centrale del ’600, ali laterali del ’700, un restauro ottocentesco a cucire le epoche. Le pareti affrescate mostrano paesaggi locali, colline dolci, filari, mentre i soffitti – alti, leggeri – conservano intatto lo sguardo di chi li ha pensati. Ma è la memoria che vibra ovunque, più della bellezza architettonica. Qui si faceva teatro, nell’Ottocento. Qui si tramavano moti antiaustriaci. Qui, nel 1848, nacque anche la celebre Bigolada: pasta e rivoluzione. Poi, come spesso accadeva, arrivò una famiglia.
I Nuvolari. Contadini e ciclisti. Gente che pedalava forte e parlava poco. Nel 1892, appunto, irrompe Tazio, il quarto figlio. In pochi anni, la casa non gli basta più: nel 1904 vede una corsa a Brescia e scatta la scintilla. A 13 anni ruba l’auto del padre per girare di notte “non più di 30 km orari”, dice lui. Ma era già partito. E non si sarebbe più fermato. Durante la Grande Guerra guida ambulanze. Uno degli ufficiali lo guarda sbandare e gli dice: “Lascia perdere, l’automobile non fa per te”. Si sbagliava. Nel 1920 Tazio ottiene la licenza da motociclista, anche se ha già 28 anni, un’età in cui molti smettono. Lui invece comincia. E trionfa.
Domina. 49 vittorie in moto. 55 in auto. Incidenti spettacolari. Rimonte leggendarie. Corse con la schiena rotta, o con la frizione bruciata. Al volante di Alfa Romeo, Bugatti, Ferrari, Maserati. Il suo nome diventa icona. Ma la vita, quella vera, è un’altra gara: Tazio perde entrambi i figli, a 18 e 9 anni. Come se il destino, stanco di non prenderlo in pista, avesse scelto la vendetta più feroce. Nella villa di Castel d’Ario – dove abitò solo qualche anno, prima di trasferirsi alla Ronchesana, un’altra abitazione nel territorio casteldariese, ma vicina a Bazza – brillano tre targhe che ricordano la sua nascita. L’ultima è del 2007, messa da un gruppo di appassionati dell’ACI. Ma la memoria, qui, non è nei metalli. Romba come un tuono nei pavimenti scricchianti, nei racconti della stessa Arianna, negli sguardi che passano da una stanza all’altra cercando un’eco. È in quel senso di provvisorio eterno, tipico delle case in cui è successo qualcosa di irreversibile.
Oggi la dimora è abitata solo per pochi mesi l’anno. Resta proprietà privata, ma è un bene culturale della Lombardia, inserita anche tra i “luoghi del cuore” del FAI. Si può visitare solo su richiesta, e solo se lo si desidera davvero. Non basta la curiosità: serve rispetto. Serve silenzio. Perché entrare nella casa di Nuvolari è un pellegrinaggio laico. È toccare, con gli occhi, il luogo dove è nato il coraggio. Il coraggio del futuro campione, del mito. Sulla cui tomba, non a caso, riecheggia un epitaffio dai toni legittimamente epici: “Correrai ancor più veloce per le vie del cielo”.
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