ART AFTER FAILURE
intervista a IOCOSE

Testo ed intervista: Mauro Zanchi
Visual: IOCOSE

Mauro Zanchi: Provocazione, ironia, gioco, ricerche sul progresso tecnologico e sulle trame della sci-fi, indagini sui fallimenti e sulla retorica delle Big tech, smascheramenti dell’attuale capitalismo neoliberista, decostruzioni della visione sul futuro. Cosa significa per il vostro collettivo il termine “Post-failure”? 

IOCOSE: Nel nostro manifesto Art After Failure avevamo teorizzato il concetto di arte Post Fail. Intendevamo dare un nome all’idea di fare arte in un’epoca storica in cui sembra ormai chiaro che molti degli obiettivi collettivi delle generazioni precedenti siano destinati al fallimento, o comunque fatichino a suscitare risposte entusiastiche. In un’epoca di disastri ambientali, crisi economica e guerra permanente, che tipo di arte può ancora avere senso fare? Il manifesto conteneva un invito ad esplorare il fallimento in quanto tale, senza cercare di superarlo, o ancor peggio risolverlo. Post Fail non tanto come risoluzione degli errori, ma come investigazione sul fallimento. 

MZ: Come vi approcciate con le iconografie attuali e le retoriche sull’innovazione tecnologica?

IOCOSE: Partiamo dal presupposto che ci piacciono molto le nuove tecnologie. Non facciamo mistero di un certo feticismo verso i nuovi gadget, le ultime console per videogiochi, e così via. Crediamo però anche che ci sia qualcosa di intrisecamente malsano nei cicli di obsolescenza, nel loro impatto ambientale, e nell’ossessione compulsiva al consumo. In molte nostre opere ci piace proprio esplorare questa tensione tra il feticismo e la compulsione a ripetere che, a nostro avviso, sono alla base dei discorsi sull’innovazione. Ci interessa esplorare la struttura discorsiva e affettiva legata alla retorica dei nuovi prodotti. Un esempio su tutto è Launching a New Product (2018), una video installazione che procede in loop, dove dei nuovi prodotti non ben definiti (la loro immagine è nascosta da un effetto pixellato) vengono lanciati con una gigantesca fionda. I prodotti cambiano continuamente, ma restano fondamentalmente inseriti nello stesso eterno ciclo di lancio, adozione sul mercato, e abbandono.

MZ: Ci parlereste della vostra visione sul NewSpace e delle strategie di colonizzazione del capitalismo finanziarizzato? Dove è diretta la mano di Elon Musk, oltre che nell’immaginario di Marte, dentro l’animazione video 3D di Pointing at a New Planet (2020)?

IOCOSE: La mano di Elon Musk è diretta verso l’orizzonte. Il NewSpace per noi è l’apice del capitalismo finanziarizzato. Partiamo dal considerare il capitalismo come un sistema economico che si basa sul mito della scarsità e che ha contribuito allo sfruttamento delle risorse della Terra, e che si è poi spostato in un ambito apparentemente dematerializzato, e ha visto collassare tutti i suoi modelli. In quest’ottica, Il NewSpace rappresenta un’ulteriore evoluzione. Sebbene mobiliti start up, grandi industrie aerospaziali, e ingenti investimenti nei lanci fuori orbita, è ancora lontanissima da mettere un uomo su Marte (da vivo, ma tutto sommato anche da morto). È un’economia principalmente discorsiva. Inoltre, se anche dovessimo colonizzare la Luna e poi Marte, ci sarebbe sempre un altro pianeta a cui puntare. Questo permette di fare promesse infinite, e dunque puntare ad una crescita infinita sul mercato azionario, che in linea teorica non conosce crisi. La mano punta ad un orizzonte che può essere sempre spostato con un nuovo tweet o comunicato stampa. Come ci faceva notare il nostro amico Vuk Ćosić, la mano volante di Elon Musk in Pointing at a New Planet è anche un po’ la mano invisibile del capitalismo, che sta andando a farsi un giro verso altri lidi ora che la Terra si sta esaurendo.

MZ: Bifo Berardi aveva analizzato la creazione di nuovi spazi virtuali da parte del capitalismo, il cyberspazio appunto, per cercare di sfruttare nuove possibilità di vendita e di mercificazione. Ora più che mai l’espansione dei mercati nello spazio extra-atmosferico apre ancora all’ennesima potenza le possibilità di guadagno e di speculazioni capitalistiche. Come avete portato questi temi in Free from History (2021)?

IOCOSE: Free from History è un video realizzato partendo dalle informazioni fornite nei portfoli dei fondi di investimento legati alle aziende del NewSpace. Lo abbiamo immaginato come un sequel di Pointing at a New Planet. Ora la mano è atterrata, e inizia a costruire moduli abitativi, piantagioni, e in generale avvia il processo di terraforming, ovvero di addomesticamento del territorio alieno. Provvede anche a costruire una montagna russa, dove gioca, da sola. La canzone che accompagna il video – eseguita e cantata da Albertine Sarges, un’artista con cui abbiamo collaborato anche in Pointing at a New Planet – riprende i testi promozionali usati da società che vendono pacchetti azionari legati al NewSpace. L’assurdità delle frasi che dicono rivela l’atteggiamento delirante che circonda questo ambiente.

MZ: Cosa sta tra un pianeta invisibile pubblicizzato dai promotori del NewSpace e invece un pianeta reale, che ha in sé complessità e diversità completamente differenti rispetto a tutto quello che viene pubblicizzato con slogan roboanti e strategie fuorvianti?

IOCOSE: La differenza consiste nel fatto che un pianeta invisibile può essere immaginato come lo si vuole, e quindi può diventare un pianeta fatto di superfici piatte, privo di attriti, di forme di vita, di ostacoli – oltre a quelli che possono essere superati col calcolo e la pianificazione.

MZ: Come avete immaginato un ipotetico pianeta extraterrestre ipotizzato dalle aziende del NewSpace, quel gigantesco luna park abitato dai fantasmi degli animali lanciati nello spazio dai tempi della Guerra Fredda a oggi, evocato nel vostro Critters of the Space, Unite! (2022)?

IOCOSE: In Critters of the Space, Unite! abbiamo reso protagonisti quegli animali che sono stati considerati in posizione subalterna all’uomo negli esperimenti spaziali. Tartarughe, cani, farfalle (ma anche mosche, scimmie, gatti) sono stati lanciati nello spazio per vedere l’effetto che fa. Un atteggiamento che rivela la concezione umano-centrica e specista che sottende l’intero piano di colonizzazione spaziale. Ci piaceva immaginare questi animali vivere una vita indipendente dall’uomo in un ipotetico futuro, in quel grande parco giochi spaziale che gli umani hanno provato a costruire, senza successo.

MZ: Come viene plasmato e dominato ora l’immaginario collettivo? Come la fiction mette in azione le sue storie seducenti per indurre nelle persone un’idea del futuro che inevitabilmente ha una ricaduta e un’influenza sul presente?

IOCOSE: Questa domanda racchiude buona parte della nostra ricerca. Se non avessimo questo cruccio, se sapessimo cosa rispondere, probabilmente avremmo fatto altro nella vita.

MZ: Come avete costruito il progetto e la mostra Loops & Vectors nella Palazzina dei Giardini a Modena?

IOCOSE: Siamo partiti osservando lo spazio della Palazzina dei Giardini, dalla cupola centrale e dalle due ali. La cupola ci ha subito incuriosito molto, sia vedendola dall’ingresso principale che dall’interno. Con i curatori Francesca Lazzarini e Daniele De Luigi abbiamo trovato un punto d’intesa sulla nostra ricerca degli ultimi dieci anni, riducendola in cicli che si ripetono e vie di fuga, fittizie o meno. Abbiamo cominciato ad  ordinare tutto secondo questi due elementi, ed il resto è venuto pian piano da sé.

MZ: Come mai avete collegato l’idea dell’autoscatto, del selfie, del sondare la personalità individuale e il rapporto fisiognomico umano allo specchio, con la presenza dei droni? Cosa è preconizzato nella serie fotografica Drone Selfies (2014)?

IOCOSE: Non crediamo che la serie Drone Selfies debba annunciare qualcosa. Drone Selfies nasce, così come gli altri due lavori sui droni (Drone Plus 2014; Drone Memorial 2016), come parte della serie In Times of Peace. La serie riprende il lavoro di Paul Virilio (War and Cinema: The Logistics of Perception, 1989) sul complesso militare-industriale, e la sovrapposizione della ricerca dedicata allo sviluppo di armi con quella dei prodotti commerciali. I droni rientrano, in maniera emblematica a nostro avviso, in quella lunga lista di tecnologie che sono sia armi che giocattoli, sia strumenti di spionaggio che mezzi attraverso cui realizzare film e opere visive. Il nostro gesto, in tutte e tre le opere, consiste nell’immaginare cosa potrebbe fare un drone una volta uscito da questa logica strumentale. Quando non serve più agli umani perché, ad esempio, le guerre sono finite. Drone Selfies è del 2014, un periodo in cui quella che oggi chiamiamo la “drone legacy” dell’ex presidente Obama si stava affermando. La fine dei bombardamenti guidati dai droni sembrava così distante da risultarci irreale. Cosa avrebbero fatto dei droni, soli, a casa, senza niente da fare dalla mattina alla sera? Probabilmente si sarebbero scattati dei selfies, sfogando anni di narcisismo represso.

MZ: Cosa avete messo in atto attraverso la vostra opera pensata per il MO.CA di Brescia?

IOCOSE:

Da anni, imperterriti, spostiamo il mondo in avanti un oggetto alla volta. Per il MO.CA di Brescia siamo stati invitati da Marialaura Ghidini, per realizzare un’opera a Palazzo Colleoni. L’opera è il risultato di lunghe negoziazioni, discussioni, persino litigi, che hanno portato il progetto sul punto di rottura in numerose occasioni. Il nostro progetto originale consisteva nello spostare il palazzo in avanti con l’intervento di una ditta di costruzioni. Sarebbe stata richiesta un’impalcatura e un lavoro di molti mesi, ma avrebbe portato Palazzo Colleoni in avanti rispetto a tutto il resto della città. Un intervento imponente, avveniristico, forse troppo. Una spesa decisamente ingente, che il Comune non ha apprezzato. Abbiamo allora provveduto a spostare tutti gli oggetti contenuti all’interno del palazzo di un paio di centimetri in avanti. Molti impiegati di Palazzo Colleoni hanno trovato le loro penne spostate sulla scrivania, e la scrivania stessa mossa in avanti, e c’hanno messo un po’ ad adattarsi al nuovo ambiente lavorativo. L’opera che abbiamo poi installato sulla facciata è una stampa di 21 metri per 7 realizzata con la tecnica della prospettiva anamorfica. Sulla stampa è rappresentata una selezione di oggetti che vengono spostati in avanti verso il palazzo da delle mani volanti. Una sorta di rappresentazione astratta dell’operazione reale svoltasi all’interno del palazzo. Un compromesso, certo, ma la vita è fatta anche di questo.