Torna a casa se riesci

testo: ELIA ZUPELLI
Fotografie: SIMONE BUCCINNÀ, DENISE SCALA XHENIFER JAUPI, VITO PETRACCONE

Alla guida di una DeLorean in stato di ebbrezza: ritorno al futuro alle origini di bar, bettole, osterie e relativa fauna umana ed eventuale. Dai romani al Medioevo, dal Seicento alla golden age dei caffè letterari fino agli impeti Novecenteschi, Brescia beòna sempre. Una volta era il vino, oggi il Pirlo; impazza l’aperitivo modernista ma le osterie resistono, cambiano i riti tribali ma la sostanza è sempre quella (liquida, dai dieci gradi in su). Il sobrissimo Giòan Caràfa indica la retta via con la sua epigrafe: 

Töcc i parla del vì che ‘l gà biìt, ma nisù de la set che ’l gà patit””.

Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere. E senza dubbio alcuno il sempre ebbro Gioàn Caràfa, pittoresco moscone da bar frutto della fantasia di Riccardo Regosa, poeta delle piccole cose come un Gozzano trapiantato a Brescia, da nascondere di segreti non ne ha mai avuti. Limpido e trasparente come un calice di bianco appena versato! Così lo descriveva in versi e sagace accento vernacolare il buon Regosa: “Lü l’ dìs sèmper che ’l bé póc, ma però l’è semper ciòc: ’na caràfa a l’Orolòi, on quartì a la Mezaria, mès al Pont o al Caalì, on fiaschèt do l’è ’n locanda…lü l’è semper èn beànda, po’ la sèra ’l và a la Raffa…e per lü fenés èl dé quànd l’è ciòc dè stà pö ‘n pé”. Così, nel numero dedicato a bar, bettole, osterie e relativa fauna umana ed eventuale, quale miglior testimone di Gioàn Caràfa poteva illuminarci la retta via!?

Ecco dunque che a evocarne le sballozzolanti gesta recitando quegli stessi versi pensa Roberto Capo, attore e autore insieme a Enrico Fappani della fortunata web serie “Ch’èl chi chè lè”, nel bel mezzo del cammin lungo i sentieri cittadini del vino perduto (e grazie a dio ritrovato) tracciato da Lara Contavalli, guida turistica non convenzionale e anima di Oltre il Tondino, progetto mosso “dalla curiosità di guardare le cose spostando lo sguardo da un diverso punto di vista, dal desiderio di comprenderle in profondità, dallo stupore di ri-scoprirle nel quotidiano”. Moltobene.

“Qui riposa per sempre Giòan Caràfa. Töcc i parla del vì che ‘l gà biìt, ma nisù de la set che ’l gà patit”

La prima tappa è in Piazza del Foro, dove i romani erano soliti ritrovarsi e sbevazzare solertemente attorno a quella tavola lusoria incisa nella pietra di cui ancora oggi, se ci si impegna a scrutare verso il basso con occhio da lince, si possono scorgerne tracce mimetizzate tra i resti dell’eterna civiltà. Fast forward fino al Medioevo, direzione Porta Bruciata: lì, ricorda Contavalli con passione sconfinata e mimica teatrale, “uscendo sulla destra si trovava il primo bordello esistente a Brescia, una taverna al cui interno accadeva di tutto…”.

L’evoluzione antropologica anche nel frangente è scandita dalla conviviale ritualità di una bevuta: segna il simbolico passaggio dal miracolo delle nozze di Cana, ovvero la tramutazione dell’acqua in vino, all’accezione di bevanda profana e lussuriosa che il vino assumerà proprio in epoca medievale. “Quando sei felice bevi per festeggiare. Quando sei triste bevi per dimenticare, quando non hai nulla per essere triste o essere felice, bevi per fare accadere qualcosa”: magicamente gocciola così il Seicento e le osterie iniziano a trasformarsi di nuovo, nascono i primi caffè storici e corso Zanardelli, nel cuore della città, diventa l’epicentro degli incontri: ci vanno gli artisti, la baraonda si fa più radicale e intellettuale, in particolare il vicino “Cantinone” di vicolo Cavallotti si ergerà a luogo archetipo per la società intellettuale-letteraria-elitaria dell’epoca.

La metamorfosi è significativa anche e soprattutto dal punto di vista sociale: tutto d’un tratto non c’è più posto per i vecchi ubriaconi, starnazzanti e un po’ molesti, prontamente rimpiazzati dai nuovi ubriaconi, più distinti e sofisticati, con velleità colte e risorgimentali.

Infatti i secoli scorrono in un attimo e lo step temporale successivo sul tachimetro delle DeLorean segna l’anno 1932. A Brescia il locale nevralgico si chiama “Antico Principe”, apre a gennaio come spazio riqualificante a pochi giorni dall’inaugurazione di piazza Vittoria, una piazza che non ha memoria e deve cancellare il quartiere delle pescherie. Prontamente frequentato dalla nuova élite cittadina, farà disperdere le sue tracce a cavallo tra la grande guerra che sarebbe scoppiata di lì a poco e gli altri ribaltoni del Novecento. Allorché a conquistare la scena, reggendo lo scettro fino ai giorni nostri, saranno quei locali comunemente noti come “bar”. Termine che, nella sua declinazione italiana, ha origini controverse e che i più spericolati accreditano da Alessandro Manaresi, imprenditore toscano che pare fu precursore della tendenza aprendo nel 1898 il primo locale di questo tipo in Italia, scegliendo di chiamarlo “bar” come acronimo di Banco A Ristoro.

Anche a Brescia, con Bergamo prossima capitale della cultura, la cultura del bar prolifera tutt’oggi. Ma resistono anche le osterie d’altri tempi, ultimi baluardi di un retrofuturo che ultimamente fa pure molto moda: ad accomunarli, una bevanda su tutte. Il Pirlo, ça va sans dire: pleonastico ripeterne la ricetta, curioso ricordarne l’origine del nome (che potrebbe derivare dal particolare movimento circolare che fa il liquore scivolando nel vino: in dialetto bresciano un “pirlo”, appunto) mentre è sempre bene ribadire che quello vero vuole Campari e non Aperol. “In realtà le origini del Pirlo sono piuttosto confuse e nonostante abbia fatto numerose ricerche a riguardo è molto difficile riuscire a stabilirne l’esatta cronistoria” allarga le braccia Robi Capo. Anche per questo, alla fine di un siffatto viaggio nei secoli dei secoli, non resta che berne uno e goderselo in santa pace. Magari brindando a quella vecchia canaglia di Gioàn Caràfa e alla sua epigrafe degna del miglior poeta: 

“Qui riposa per sempre Giòan Caràfa. Töcc i parla del vì che ‘l gà biìt, ma nisù de la set che ’l gà patit”. 

Cin cin!