Editoriale

testo: ELIA ZUPELLI

A SCELTA PROFONDA DELL’UOMO sarà sempre per un inferno appassionato piuttosto che per un paradiso inerte”. Ed è chiaro che noi, anime impavide e turbolente, altro non possiamo fare se non sottoscrivere il pensiero del grande Guido Ceronetti, anche detto “il filosofo ignoto”, dubbiosi per vocazione eppur certi che solo finché si è inquieti si può stare tranquilli.

Tranquilli per modo di dire, sia chiaro… Rieccoci dunque a vagare come abbaglianti spring breakers con un ritmo fluente di vita nel cuore lungo le mirabolanti e talvolta inospitali rotte delineate da questo Moltobene numero 5, ufficialmente scollinato nell’anno di nostro Signore 2023 (alla santé!). Anno di Brescia e Bergamo Capitale Italiana della Cultura, altiso-nante investitura sotto cui brillano, così uguali e così diversi, “due scrigni d’arte, bellezza e tradizioni che stanno ricevendo consensi ad ogni latitudine”, in barba a una rivalità millenaria ossimoricamente accesa dalle acque del fiume Oglio e poi proseguita nei secoli dei secoli amen. Proprio lì abbiamo deciso di indugiare. Scavando per andare a fondo di questo travolgente amore rissoso, sbocciato nei terreni che la battaglia della Malamorte bagnò col sangue degli uni e degli altri popoli, così copioso da irrorare e fomentare una rivalità campani-listica più unica che rara fra le due città, in perenne sfida con fiero ardore, tra pianure verdi e monti possenti. 

“Bergamo, aquila audace dal volo maestoso. Brescia, leonessa, forte e dall’altero cuore. Delle due città i mastri muratori sono come cavalieri che a spiedo reggono le lance, son fondamenta solide, castelli maestosi, come il valore dei loro ardenti cuori”. 

Mossi da curiosità e follia ci siamo allora avventurati negli onirici itinerari, spregiudicati e liminali: fra i guerrieri del cantiere, argonauti e un po’ poeti, pirateschi e picareschi, a scoprire miti, tipi, archetipi, leggende metropolitane e nuovi riti tribali del “Möradùrs International Club”; fra le maschere carnascialesche che animano le tradizioni folkloristiche delle valli, ancestrali e radicate, a codificare un dna goliardico-antropologico-etnologico il cui denominatore comune identitario è l’esclamazione “pota”; e poi ancora fra cibi tipici, vini e leccornie (onnipre-

sente in mezzo scorre il burro), fra testimonianze storiche e testimonianze di storici, fra corrispondenze dall’eremo e quiz d’appartenenza (“in epoca di fluidi rimescolamenti meglio togliersi ogni dubbio”), fra ebbri simposi jazz, botte da orbi in paradiso e improvvisi attacchi d’arte: newspace, catastrofi e nuove tecnologie lungo le fulmicotoniche curve – d’asfalto o urlanti da stadio – dove s’accende “la rivalità che infiamma anima e cuore come un’emozione nobile e senza fine”. A mani nude ovunque, dunque. Metafora che scandisce il reciproco antagonismo ma pure determina la medesima predisposizione a un “saper fare” materico, empirico, risoluto e tangibile. Ieri, oggi, domani. Da sempre e per sempre, “passione e fierezza fiore all’occhiello delle terre dove natura e spirito si uniscono con dolcezza”. Per poi affrontarsi e scontrarsi su un campo da calcio o nelle immediate vicinanze, dove tra le due squadre eternamente battaglianti – Dea e Leonessa – a uscirne vincitore sarà sempre e solo un uomo. Eroico, contro tutto e contro tutti. Ironia della sorte, né bresciano né bergamasco: siòr Carletto Mazzone. Totemico baluardo di questo viaggio, icona della mol-tobenista politica editoriale vocata al sogno, col suo pugno alzato verso il cielo, l’infinito e oltre: “Ho corso come un fulmine, senza pensare a cosa sarebbe potuto accadere. Volevo risolverla una volta per tutte. Da uomo a uomo, in modo rustico, in un duello all’antica”. Nel 2001 fu uno choc, oggi è ancora un salutare pugno nello stomaco.

parola di ELIA ZUPELLI